L’intelligenza artificiale (emotiva)

Il dibattito sull’intelligenza artificiale (AI) sembrerebbe completo senza la necessità di dover aggiungere il fattore emotivo. Ma è proprio questo ciò che accade nella comunità della AI. Le emozioni sono state prese in considerazione d’ultime come parte di una tecnologia, ritenuta da molti in passato, allo stile del personaggio di finzione “Spock” — potrebbe vincere una partita di scacchi senza avere la capacità d’innamorarsi del gioco.

Un punto interessante è che si ha abbastanza paura della AI in certi settori, senza che si includano aspetti emotivi. Anche se sembra controintuitivo, il pioniere tecnologico Elon Musk considera che i robot e l’intelligenza artificiale potrebbero essere una minaccia per l’umanità. Ed io suppongo che se aggiungessimo sentimenti artificiali alla AI, questa goderebbe della situazione di distruggerci.

Si tratta di un’arma a doppio taglio. È preferibile una AI senza emozioni per certe cose che richiedano un pensiero completamente indipendente; o crediamo che le emozioni “artificiali” influiscono nella qualità di una decisione? Penso che tutto dipende dalle circostanze e se l’ossimoro “intelligenza artificiale emotiva” abbia alcun senso.

Come persona professionalmente ossessionata con la neuroscienza nell’acquisto, devo ammettere che sono veramente attratto dall’idea d’un algoritmo che assegni l’emozione adatta al mio materiale di marketing mentre lo scrivo. Immagino un menu a tendina con tutti i dati demografici e psicografici necessari per scegliere il target, mentre il sistema elabora una revisione delle emozioni man mano che scrivo, basato nel target che ho selezionato.

Veramente, non è un’idea tanto futurista. Ho lavorato con una ditta che si chiama Centiment, che esplora il contenuto di un testo per poi fornire un rapporto delle emozioni che esprime. Ha la capacità d’individuare la paura, l’incertezza o il dubbio senza che quelle parole specifiche appaiano in esso. Uno degli aspetti più affascinanti di questo algoritmo è che identifica schemi emozionali che potrebbero non essere legati ad una emozione conosciuta… un sentimento non ancora definito, che è comunque presente nel contenuto. Lo considero l’equivalente emotivo all’unami per gli appassionati della gastronomia. È una sensazione delicata piuttosto che un sapore ben definito.

Ciò che sfida la nostra mente è che l’algoritmo può identificare emozioni discrete senza avere nient’altro che “un sentire binario”.

Se vogliamo andare oltre, come potranno le aziende aggirare un concetto culturalmente radicato come l’intelligenza emotiva internazionalmente? Qualsiasi studente di Antropologia culturale sa che un’emozione può manifestarsi in diversi modi secondo la cultura. Per esempio, certe culture asiatiche sono più propense a mostrare dimensioni di vergogna, umiltà ed armonia che non si vedono in occidente. Inutile dire, che un sistema di AI, diretto al mercato asiatico, sarebbe chiaramente orientato verso quella cultura sin dalla progettazione.

Ma cosa succede quando lo stesso sistema viene distribuito in un ambiente culturalmente diverso, come quello di un fornitore di servizi sanitari intercity? Adattare l’intelligenza artificiale a queste popolazioni senza aggiungere emozioni è abbastanza difficile, ma essere in grado di determinare il grado in cui la propria influenza etnica può influire (o no) è una sfida incredibile.

Uno dei principali difetti che hanno alcuni prodotti d’informatica cognitiva è che si basano in campioni e casi d’uso che sono o troppo limitati o troppo isolati per rendere possibile l’analisi predittivo. Se teniamo conto dei cambi d’umore che ha una persona singola al lavoro, in famiglia, secondo la stagione dell’anno, lo stato di salute e le relazioni — possiamo vedere come l’intelligenza artificiale emotiva dovrà svilupparsi per diventare una tecnologia accettata ed affidabile.


Frank Cutitta è membro del Leading Edge Forum di DXC, leader nella ricerca degli aspetti sociali, aziendali e transculturali della tecnologia.

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